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10 marzo 2017

La mia recensione di “Bello e Maledetto”, di Daniele Sbaraglia


Di Giovanni Garufi Bozza

Ho letto recentemente Bello e Maledetto, di Daniele Sbaraglia, che mi ha chiesto una recensione.


Sinossi:
E’ la storia della vita di Shon, un ragazzo presto chiamato a diventare uomo, con un’adolescenza difficile, segnata dalla separazione dei genitori e da un rapporto conflittuale con la madre. Incapace di imbrigliarsi in rapporti duraturi, dopo qualche avventura intensa, vissuta a Roma, sua città natale, l’incontro con Simona sembra fargli conoscere finalmente l’amore. Questo lo porterà a laurearsi in medicina, a specializzarsi in neurologia e neurochirurgia e a diventare padre. Controversa è la figura del dottor Spicchi, nuovo compagno della madre, che lo aiuterà nel suo percorso di specializzazione e successivamente nella sua carriera di neurochirurgo. E’ proprio in sala operatoria che Shon conosce e comincia a frequentare Alice, una donna in gamba indipendente e votata alla carriera. Inevitabilmente, ciò comporterà la crisi con Simona e un nuovo capitolo con il rapporto più “aperto” con Alice.


La storia, narrata in prima persona, tratta la vita di un classico narciso, Shon, impaurito dai legami stretti, e, potremmo dire, innamorato dell’innamoramento stesso, in perenne ricerca del suo sé. Aggiungerei, una persona piena di se, senza accento.


L’autore delinea bene il personaggio, lo fa crescere e mutare nel corso della narrazione, e fa mutare la storia stessa, non mancando di inserire qualche colpo di scena, o cambio drastico, da me apprezzato.


Anche dal punto di vista linguistico, la costruzione sintattica è impeccabile.


Il vero limite di questo testo è di non essere un vero romanzo. L’autore sceglie una via di mezzo tra un diario, che non è un diario, una epistola, che non è propriamente epistola, e un romanzo, che non è romanzo (e anche dentro questa categoria potremmo parlare di una sorta di romanzo di formazione, di un sentimentale, in qualche caso di un harmony…. troppi miscugli.).


Spesso compaiono delle riflessioni in corsivo che richiamano la poesia, ma non sono poesia. E che finiscono per diventare una sorta di testo di una canzone.


Il risultato diventa una narrazione che appare spesso veloce, quasi il rendiconto di una vita, non scende nel profondo, nel qui ed ora del narrato, che perde così di emozioni, le stesse che invece potrebbe potenzialmente narrare e passare al lettore. Il desiderio dell’autore è narrare la storia di Shon, ma in pochi punti la dona realmente nella sua pienezza.


La storia scorre come la relazione di Shon con le tante donne che incontra. Resta in superficie. Non scende nel profondo. Ma se questo può andar bene per un personaggio narciso, non si può dire lo stesso per uno scritto.


Solo a metà testo, quando Shon incontra il suo mentore, Misan, e finché l’autore narra il loro incontro, abbiamo l’idea di un vero e proprio romanzo. Poi, ancora, solo in altre due occasioni, brevissime (l’incontro con Axia, la figlia di Shon, e la scelta del protagonista di occuparsi degli orfani).


Il resto è un genere indefinito. È il vero problema della cultura letteraria odierna, definire romanzo ciò che romanzo non è.


Nel caso di questo testo, è un peccato doppio, perché perde tanto di ciò che potrebbe passare al lettore. L’autore ha talento, ma deve definire meglio i confini entro cui stare col suo narrato, perché, sforandoli, fa perdere tanto alla narrazione stessa e a quello che può passare.


Il mio consiglio, per quanto vale, è di modificare l’impalcatura, rivedere i confini del narrato, magari con l’aiuto di un editor, avendo in mente che tutta la narrazione può diventare simile alle pagine tra Shon e Misan, dove davvero emerge il talento dell’autore.





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